“Il giallo” della Medicina Genere Specifica . Prima puntata di Roberto Amici
Sembra che molti medici (maschi, suppongo) non amino la Medicina di genere: perché è “cosa di donne”? E, “quindi”, di serie b? Perché non la conoscono? Sembra pure che gli insegnamenti o i Corsi di Medicina di genere in alcune Università siano considerati “minori”. Non ho elementi di certezza su queste voci, ma, intanto, vediamo se sia possibile districarci fra giudizi, pregiudizi, imprecisioni linguistiche e, forse, qualche pigrizia mentale e istituzionale.
La terminologia Partirei da una distinzione fra il termine “sesso” e il termine “genere”: il primo fa riferimento alle sole caratteristiche biologiche presenti alla nascita ed è comune agli esseri umani ma anche agli animali (e, per la verità, anche al mondo vegetale), il secondo include anche il contesto sociale, ambientale, culturale, economico, religioso che su quelle caratteristiche ha fortemente agito. E il contesto è ed è sempre stato un ulteriore determinante della salute. Basta farsi qualche domanda semplice semplice: essere maschi o femmine, ricchi o poveri, istruiti o non, europei o sudamericani, senegalesi o neozelandesi, sudcoreani o indiani, statunitensi o cubani è la stessa cosa per la salute? Il nostro sito si occupa soprattutto della prima domanda, ma non disdegnerà via via di ragionare anche sulle altre.
Di chi si occupa dunque la Medicina di genere?
La Medicina di genere è Medicina “genere-specifica”: riguarda, specificatamente appunto, tutti i sessi. E si occupa di tutti i determinanti (biologici e non) che producono le differenze nel manifestarsi delle patologie. E, naturalmente, si occupa, studia e cerca di intervenire su queste differenze.
La ricerca Gli scienziati la considerano importante e, quindi, se ne occupano? “Web of science” segnala un incremento di pubblicazioni internazionali su differenze di genere e di sesso fra il 2000 e il 2016: da 380 a 2800 circa; ampliando poi il confronto temporale, si stima (AI) che nel 2025 supereranno le 7500. Ricerche su differenze genere-specifiche soprattutto su malattie cardiovascolari, autoimmuni, neurodegenerative, psichiatriche, oncologiche. Un incremento davvero rilevante che dimostra l’importanza del tema. Si può osservare anche, con qualche malizia, che, se la ricerca, in larga misura finanziata dalle grandi aziende farmaceutiche, ha assunto questo orientamento è perché ci sono grandi numeri (e profitti possibili) in gioco. Semmai bisognerà vigilare poi che i bisogni reali di salute, che le differenze di genere davvero creano, non siano poi sovrautilizzati, per ulteriori profitti, inventando bisogni fittizi.
Le differenze Parto dal classico pregiudizio: che le eventuali (vedremo poi se solo eventuali) differenze dipendano solo da quelle del sistema riproduttivo. Certo sono in gioco i cromosomi sessuali e già i geni presenti nei cromosomi maschili e femminili è ormai noto abbiano spesso azioni diverse, ad esempio sul sistema immunitario; e ovviamente un ruolo importante hanno gli ormoni gonadici (estrogeni, progesterone, testosterone). Meno noto, e ancora molto da investigare, è il ruolo, anche questo differente fra i due generi, del microbiota (microrganismi presenti nell’intestino e nella cute). Ma differenze (di frequenza, di sintomatologia, di decorso, di prognosi e, quindi, di trattamento) sono ampiamente documentate in vari ambiti, di cui indico solo alcuni esempi: cardiovascolare (infarto miocardico, angina pectoris, ictus), muscolo-scheletrico (osteoporosi, gonoartrosi), oncologico (cancro del colon-retto, della vescica, della mammella, melanoma), immunologico (artrite reumatoide, Lupus eritematoso, sclerodermia, sclerosi multipla), psichiatrico (depressione, ansia, sindromi da stress). E differenze sono note anche per le modalità con cui i generi affrontano lo stato di malattia (sia come malati che come eventuali caregiver).
C’è stata consapevolezza in passato di queste differenze?
E’ diventato un tema esplosivo solo quando, nel 1991, la dr.ssa Bernardine Healey (internista, cardiologa) pubblicò un editoriale in cui si stigmatizzava il modo con cui era trattata la patologia coronarica (infarto miocardico, angina pectoris) nell’uomo e nella donna sia nella fase diagnostica che in quella terapeutica. Un modo penalizzante per la donna. Due notazioni: chiamò il fenomeno “The Yentl Syndrome”; Healy era a quel tempo Direttrice del National Institute of Health negli Stati Uniti. Tornerò a suo tempo con altri editoriali su di esse perché meritano un discorso a parte. Ma clamoroso era anche l’approccio alla ricerca farmacologica: i farmaci sono stati testati a lungo solo sul sesso maschile (fra l’altro limitatamente a certe fasce d’età) e poi, se superavano i test, applicati a uomini e donne e anche di età diverse. Con quali rischi, col senno di poi, si può immaginare. Quindi la consapevolezza è arrivata solo tardi.
Da allora cosa è cambiato?
Facciamo finta che questo sia un giallo e, quindi, come tutti i “gialli” lasciamo per ora in sospeso il finale. Ricordiamo i protagonisti della scena finora emersi: il sesso (che di solito richiama interesse), la malattia (che ha qualche relazione con la morbosità), la scienza (poco frequentata da noi e spesso confusa con le innumerevoli fanfaluche di internet). Mancano ancora le reazioni alla scoperta delle differenze nella salute di genere: del mondo accademico, delle istituzioni politiche nazionali e regionali, delle conseguenze avvenute e di quelle possibili su una evoluzione verso una medicina “di precisione”. E manca forse qualcos’altro ancora. Una volta recuperate le “mancanze”, cercheremo di capire se qualcosa, sperabilmente in meglio, è cambiato. Qui, su questa rubrica e su questo sito, prossimamente.
Commenti (1)
Luisella Tamagnini
Rispondi