La depressione, tra scienza e luogo comune di Angelo Meloni
Il termine “depressione” è ormai entrato nel linguaggio comune per indicare qualsiasi stato d’animo spiacevole, qualsiasi forma di tristezza da contrapporre all’allegria, alla felicità. Tutto è fonte di depressione, dal doversi alzare la mattina per andare al lavoro fino alla sconfitta della squadra per la quale si tifa, passando per argomenti più seri come la fine di una relazione o la perdita di un familiare. In questa maniera però si confondono termini e situazioni molto diversi, che nulla hanno a che fare con la visione scientifica e clinica della depressione. Innanzitutto dobbiamo notare che la tristezza e la delusione fanno parte dell’esperienza umana, sono presenti nella vita di ciascuno così come l’allegria e la felicità, in base alle diverse situazioni che si esperiscono. A conferma di ciò basti pensare alla letteratura e all’arte che hanno parecchi rimandi all’argomento della tristezza, della sofferenza psichica; da Leopardi per la letteratura a Van Gogh per la pittura per citare due esempi fra i più noti molti artisti hanno descritto e rappresentato il sentimento della tristezza, della malinconia. Eppure nel mondo contemporaneo questo sentimento sembra essere abolito, la tristezza, la delusione, l’angoscia sono spesso sostituiti da questo termine onnicomprensivo, “depressione”. Non voglio spingermi troppo in là con le interpretazioni psicosociali, ma questa sostituzione potrebbe essere un tentativo di abolire o ridurre la portata del concetto di tristezza come sentimento naturale, legato all’essenza della natura umana, per farlo sostituire dalla “depressione” che, in quanto malattia, una volta curata sparisce, facendo ritornare la persona allo stato di felicità continuata che si merita, immune da qualsiasi turbamento. La depressione clinica, al contrario, è una malattia, non è un normale sentimento, che colpisce circa il 5% della popolazione mondiale, e che poco ha a che fare con le delusioni e le frustrazioni che la vita quotidiana offre a ciascuno di noi. Ma come si fa a distinguere una tristezza comprensibile, giustificata, ad esempio da un lutto subito in famiglia, da una depressione clinica, bisognosa di cure specialistiche? Senza entrare in tecnicismi e citazioni di manuali diagnostici è, a mio avviso, sufficiente per essere chiaro ed esaustivo con i lettori dire che la tristezza comincia gradualmente a diventare depressione (clinica) quando altera, modifica significativamente il ritmo di vita di quella persona. Quando questa smette di “funzionare” sul piano sociale e lavorativo (ritirandosi in sé stessa, non interessandosi più dei familiari, assentandosi dal lavoro) per un periodo di tempo prolungato, eccessivo, in questo caso possiamo dire di essere in presenza di una vera depressione clinica. Lo specialista valuterà poi la presenza di altri sintomi, psichici e fisici, per confermare la diagnosi e definire meglio quale forma di depressione ha davanti. In psichiatria esistono infatti molte forme diverse di depressione, classificate nel corso della storia della psichiatria con varie terminologie e criteri. Ma, aldilà delle classificazioni, rimane il concetto basilare che tristezza, delusione, frustrazione non sono sinonimo di depressione così come l’ansia (ad es. per un esame) non è sempre un’ansia clinica, bisognosa di cure. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo, l’argomento è vasto ed è più utile dividerlo in capitoli.
Senigallia, 18/4/2026