Salute Mentale e/o Psichiatria, tra luoghi comuni e pregiudizi di Angelo Meloni
Nessun’altra branca della medicina ha il “privilegio” che ha la psichiatria: quello di avere una cultura popolare fatta di luoghi comuni, pregiudizi, false conoscenze sulle sue caratteristiche e sul suo operato. Questo bagaglio di pseudoconoscenza ha molte spiacevoli conseguenze, prima fra tutte quella di allontanare o, come minimo, ritardare l’avvicinamento alle cure psichiatriche da parte di chi se ne potrebbe giovare. Già dalla definizione del nome della materia si vede quanti tentativi ci siano di mascherare la verità dei fatti: salute mentale “suona meglio” di psichiatria, con quel riferimento ad una generica “salute” e quell’aggettivo “mentale” che nella sua vaghezza non spiega quasi nulla del campo di intervento della nostra disciplina. Anche il termine “psichiatria” ha delle lacune esplicative, tuttavia contiene il suffisso iatria comune ad altre discipline mediche (pediatria, geriatria, ecc.) e con il termine psich. ci avvicina di più alla natura dei disturbi trattati che, potremmo dire con buona approssimazione, interessano prevalentemente gli aspetti psichici della persona. Quelli fisici non sono comunque esclusi, pur se conseguenti al disturbo psichico.
Dopo questa disamina sulla terminologia, iniziamo a parlare di luoghi comuni e pregiudizi, partendo da quelli a mio avviso più interessanti sulla depressione.
Depressione: anche questo è un termine che nel linguaggio comune non corrisponde affatto a quanto noi psichiatri intendiamo nella pratica clinica. Nel linguaggio comune si parla di depressione ogniqualvolta si presenti una situazione di mancata realizzazione di un desiderio, di un’aspettativa, confondendo così la depressione con la delusione, e con la tristezza. Ormai si parla di depressione quando si è costretti a rimandare una vacanza, quando la squadra del cuore perde, quando l’auto nuova che abbiamo ordinato tarda ad arrivare… Ma delusione e tristezza fanno parte delle emozioni che ciascuno di noi esperisce nel corso della sua esistenza e che non sono certamente delle malattie. Perfino la “depressione” per la morte di una persona cara non si può tecnicamente definire tale, tranne in casi particolari in cui si verificano alcune condizioni che per brevità non sto a descrivere.
“Dopo un grosso dispiacere si è ammalato di depressione”.
Anche questo è un luogo comune, sfatato dai fatti. Se i grossi dispiaceri dovessero sempre causare depressione le statistiche su questa malattia raggiungerebbero quasi il cento per cento della popolazione (escludendo solo neonati e bambini). In verità dispiaceri e traumi psichici (lutti, separazioni, perdita del lavoro ecc.) possono comportare ma non comportano sempre la depressione. Si devono verificare altri fattori, insieme al trauma, che consentono l’instaurarsi della sindrome clinica.
“Dalla depressione si guarisce con la volontà”
Falso! Anzi, nella vera depressione clinica c’è fra i sintomi principali proprio la mancanza di volontà, abulia in termine scientifico. Fra l’altro non si capisce come lo stesso organo ammalato di depressione (il cervello, ricordiamolo, non la mente!) possa esercitare la sua volontà per guarire. Sarebbe come dire che una frattura di una gamba guarisce sforzandosi di camminare …!
Vi sono molti altri luoghi comuni da descrivere e che riguardano i farmaci che si usano, le possibilità di guarigione, le conseguenze delle malattie psichiatriche sull’intelligenza, ma di questi parleremo nei prossimi articoli.
A presto
Angelo Meloni
Senigallia, 1 ottobre ’25