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"E' la stampa, bellezza!". O la guerra? di Roberto Amici

Nei miei ultimi due editoriali per “Qui salute donna” ho toccato, in uno, il tema della violenza implicita nella raffinata pubblicità dei profumi e, nell’altro, le conseguenze sulla salute del cambiamento climatico, negato anche da non secondari capi di governo (e non mi riferisco solo a Trump). 

L’ipotesi che facevo in “Violenza e profumi” era che la scelta dei nomi dei marchi “profumati”, progressivamente inclini a richiami all’egoismo, al narcisismo, alla superiorità, alla forza, ci predisponesse, più o meno inconsapevolmente, all’accettazione da parte nostra di una società violenta. Una società in cui l’idea della guerra (massima, anche se non certo l’unica, espressione della violenza) non fosse remota, ma sempre più ritenuta possibile e, da una frangia di soggetti a mio parere folle, addirittura considerata necessaria.

Ed allora mi è nata la curiosità di sapere se anche nel linguaggio della stampa, e in particolare nelle paludate riviste di geopolitica e dei loro esperti, si sia verificato quello che a me pare un deterioramento del linguaggio negli ultimi 40-50 anni. 

Ho allora esplorato una serie di riviste nazionali e non, aiutato dal web e, ovviamente, dall’Intelligenza artificiale: Limes, Internazionale, Le monde diplomatique, quelle per me più accessibili e poi, in modo indiretto, Foreign Affairs, Foreign Policy, The Economist (per la parte geopolitica).

Il risultato?

Si è passati dalla prevalenza di parole come “interdipendenza”, “globalizzazione”, “equilibri economici”, “mercati emergenti” degli anni ’70-’80 a “ordine liberale”, “governance globale”, “integrazione”, “mercati aperti” negli anni ’90-2008: quindi, un focus prevalente su Economia, Diplomazia, Tecnologia condivisa. 

Fra il 2008 e il 2015 il linguaggio prevalente è virato verso espressioni come “potenza”, “assertività”, “revisionismo”, “deterrenza”, “pivot to Asia” (quest’ultima: una strategia, anche di tipo militare, per contrastare il crescente peso politico ed economico della Cina), “military balance”.

Dal 2015 ad oggi il linguaggio più usato delle riviste di geopolitica diventa sempre più esplicito: “power shift” (cambiamento di egemonie), “hegemonic transition”, “military leverage” (potere contrattuale della forza militare), “strategic rivalry” (competizione di lungo termine fra due potenze), “redistribuzione della potenza”, “conflitti come manifestazioni strutturali”, “capacità militari”, “equilibri di forza”, “deterrenza nucleare”, “armamenti avanzati”

Si passa, sul piano dei significati e, quindi, dei contenuti, da una fase di competizione che però sembra occuparsi di una gestione globale dell’economia (anni ’70-’80) a quella di una sorta di geopolitica che tende a gestire il mondo secondo una governance regolata (anni ’90-2008); quindi ricompare (2008-2015) la logica delle competizione fra potenze e la ripresa dell’interesse per il riarmo; infine (2015 ad oggi) diventa evidente la tendenza della geopolitica a diventare geostrategia militare.

Non c’è dubbio che queste fasi sono state punteggiate da avvenimenti molto importanti: solo per elencarne alcuni, si pensi alla caduta dell’Unione sovietica e del comunismo, al 2001 (la New York dell’11 settembre e poi la guerra in Afganistan), alla bolla economica scoppiata nel 2008, al Covid in tutto il mondo, alle guerre più recenti, a Gaza. 

Proprio per la molteplicità degli eventi, molte sono le domande che potrebbero essere formulate. Una su tutte: il linguaggio delle riviste di geopolitica (e dei loro blog) è cambiato solo perché è la cronaca oggettiva degli avvenimenti, oppure esso, stavolta senza alcun profumo, ci fa sentire sempre più come possibile, probabile, certa una guerra? 

E che diavolo c’entra la guerra con la salute?

Non credo qui serva descrivere, ma chi lo desideri li può trovare facilmente, i grafici relativi alla mortalità e alla morbilità, nonché, ovviamente, alla riduzione dell’aspettativa di vita e alla crescita della povertà nel corso delle due grandi guerre mondiali.  Sia fra chi ha vinto che fra chi ha perso, naturalmente. Dati drammatici che, anche se non ce ne accorgiamo, presi come siamo dagli Oscar, dal nuovo vestito della Meloni, dalla legge elettorale, da chi alza di più la voce nei talk TV, questi dati drammatici riguardano, oggi, mentre scrivo e mentre i 7 lettori leggono, i milioni di poveri disgraziati immersi nelle decine di conflitti armati nel mondo. 

Ovviamente non oso sostenere che il linguaggio giornalistico “provochi” gli eventi, ma certo esso normalizza le parole che evocano la guerra, ci immerge in un contesto comunicativo in cui l’espressione “inevitabilità della guerra” ci accompagna giorno per giorno e ci fa abituare, quanto meno, a scenari preoccupanti. E, nel frattempo, bombardamenti, massacri, rapimenti e assassini di Presidenti, vendette, minacce, ritorsioni popolano le immagini dei nostri televisori e i display dei nostri modernissimi dispositivi informatici. Come in un pessimo film.

Sono ora curioso di esplorare se gli anni precedenti alle due grandi guerre mondiali sono state contrassegnate dalla stessa progressiva involuzione del linguaggio. E dalla stessa indifferenza che pare caratterizzare moltissimi di noi cittadini.

Commenti (1)

  • M.Giuseppina Sbarbati

    04 Ottobre 2026 at 15:54 |
    "Il linguaggio giornalistico normalizza le parole che evocano la guerra"....
    verissimo....da brivido...

    Rispondi

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