Quella espressione magica: presa in carico di Claudio Maria Maffei
In ogni fase storica ci sono parole ed espressioni che diventano di moda. Questo vale anche per la sanità, mondo in cui sono diventate attuali espressioni come “approccio One Health” o parole come “appropriatezza”. Torneremo sull’una e sull’altra, ma oggi ci concentriamo sulla espressione “presa in carico”, una espressione che vorrebbe definire il passaggio da una sanità che fa prestazioni a una sanità che prende in carico. Diamo poche definizioni, anzi nessuna, e diamo invece molti esempi. Prendiamo una persona con una malattia o condizione cronica, facciamo conto il diabete o una demenza. La sanità che da’ prestazioni funziona in una logica a tipo “a domanda rispondo”. Se il paziente peggiora si va dal medico di fiducia che manda dallo specialista che rimanda spesso al medico di fiducia in una catena che non finisce mai in cui il cittadino eventualmente supportato dalla famiglia molti passaggi se li deve fare da solo. La condizione cronica a quel punto diventa un lavoro vero e proprio tra appuntamenti, visite, esami e così via. In una sanità che “prende in carico” c’è una organizzazione che ti accompagna e quindi che ti programma visite e controlli e interviene quando ci sono eventi imprevisti secondo un percorso predefinito adattato alle singole circostanze. Insomma nella sanità delle prestazioni sei tu a creare i collegamenti, in quella della presa in carico qualcuno ci pensa per te. Bella ed enorme differenza.
In molti casi è spesso già così: lo è per il diabete e le malattie oncologiche, ad esempio. O almeno in molte Regioni era così. Ma doveva essere così per molte altre situazioni: le malattie mentali, le condizioni neuropsichiatriche dell’infanzia e della adolescenza, le polipatologie e la non autosufficienza dell’anziano, le demenze e cioè in pratica tutte le condizioni croniche. Ma era scritto da qualche parte che doveva essere così? Certo: era scritto nel Piano Nazionale della Cronicità approvato nel 2016 e rinnovato adesso da pochi mesi, era scritto nel Piano Nazionale Demenze e in una infinità di altri documenti. Del resto il concetto è intuitivamente chiaro: se la salute è un diritto, chi è colpito da una condizione che non guarisce se non, e non sempre, a grande distanza l’unico modo per assisterla o assisterlo è proprio quello di cercare la “presa in carico”. Questo vale anche in tutti i casi in cui una o uno specialista pubblico non viene a capo di una situazione che le/gli viene affidata dal medico di fiducia. Dovrà essere questa o questo specialista a proseguire gli accertamenti prima di “riconsegnare” la persona al medico curante.
Ma se questo della presa in carico è il modello che dovrebbe essere offerto a cittadine e cittadini, perché invece questi vengono sballottati da un medico all’altro ammesso che allo specialista possano arrivarci senza doverselo cercare e magari pagare? La risposta è complessa e coinvolge fattori e responsabilità diverse. Influiscono lo scarso finanziamento della sanità pubblica, ma anche la sua disorganizzazione e le scelte sbagliate della politica, degli operatori e a volte dei cittadini stessi. Purtroppo è ancora molto diffusa la convinzione che l’unica risposta ai problemi di salute sia quella che dà l’ospedale, meglio se di quello più vicino possibile. Purtroppo questa visione è vecchia e sbagliata. Servono sia gli ospedali con tutte le tecnologie e le professionalità, ma servono anche, e spesso soprattutto, servizi territoriali robusti con molte più risorse e una organizzazione diversa, multidisciplinare e interprofessionale. Quella che si dovrebbe concretizzare ad esempio nelle Case della Comunità e nella figura dell’infermiere di famiglia e di comunità.