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Uno “strano” sostantivo per le Aziende sanitarie: Accountability di Remo Appignanesi

Perché un’organizzazione sanitaria, tanto più se pubblica, deve rispondere di quello che fa?

Sembra strano pretendere da un’organizzazione sanitaria che renda conto delle attività che svolge: deve occuparsi di salute, quindi di cosa deve giustificarsi?

Purtroppo, questa visione non corrisponde alla realtà per una serie di elementi che non è possibile dimenticare. Innanzitutto, una organizzazione tende a ripetere le attività che svolge normalmente: quando viene assunto un medico di una determinata disciplina erogherà le prestazioni legate alla disciplina di appartenenza, ma se poi l’evoluzione della medicina modifica la domanda?

Nuovi trattamenti farmacologici e l’espansione delle potenzialità della gastroenterologia, ad esempio, hanno ridotto la domanda di prestazioni da parte dei chirurghi generali, ma le aziende hanno reparti ed organici di questa disciplina, quindi cosa fare? Nel caso vi siano momenti di rendicontazione delle proprie attività le organizzazioni sanitarie dovrebbero chiedersi a quali bisogni dedicare le risorse prima assorbite dall’attività di chirurgia generale e quindi possono programmare di potenziare la gastroenterologia e indirizzare le attività della chirurgia in settori a supporto della rete territoriale come, ad esempio, la gestione delle ferite difficili.

Il termine ‘accountability’ fa riferimento ad una relazione in cui qualcuno si trova (o si sente) nella condizione di dover spiegare, giustificare, motivare la propria condotta nei confronti di qualcun altro. Poiché ogni organizzazione tende ad una naturale autoreferenzialità e gli utenti, per quanto in teoria al centro del sistema, in realtà sono e restano soggetti esterni all’organizzazione. Uno degli strumenti per far sì che l’organizzazione tenga conto degli utenti è quello di avere dei momenti di verifica nei quali essa rende conto del proprio operato in rapporto alla lettura della salute della popolazione dagli studi epidemiologici e insieme da strumenti di analisi delle attività come quelle consentite dal Programma nazionale esiti gestito da AGENAS (https://pne.agenas.it/).

Quali sono in concreto i momenti di verifica con soggetti esterni all’organizzazione sanitaria?

per la programmazione regionale: la discussione nel Consiglio regionale

per la programmazione locale: la presentazione alla Conferenza dei sindaci (che ha poteri che non esercita),

per il rispetto degli standard di servizio: le verifiche periodiche nei Comitati di partecipazione dei cittadini

per la rendicontazione generale sull’attività svolta: le Relazioni di accompagnamento al bilancio e le Relazioni sulla performance a disposizione di tutti i cittadini nell’apposita area del sito web aziendale.

Le occasioni quindi non mancherebbero, ma vi è la consapevolezza in queste sedi di quante sofferenze e morti si potrebbero evitare se questa attività di verifica fosse reale? 

Leggendo i dati di alcuni indicatori quasi certamente no! Per evidenziare due dati di impatto straordinario: la prevalenza dei fumatori nella popolazione (24% e addirittura 30% tra i 18 e i 24 anni) in assenza di qualsiasi iniziativa in materia (e il messaggio martellante da tutti i media sull’immagine positiva del fumatore), la partecipazione di appena il 30% della popolazione allo screening del tumore del colon retto (che significa diagnosi tardive e la triste situazione di chirurghi e oncologi di non poter salvare il paziente). 

E’ certamente una responsabilità diretta dei medici specialisti in igiene e medicina preventiva! Dalle direzioni mediche degli ospedali, dei distretti sanitari e dei dipartimenti di prevenzione dovrebbero non dimenticare la loro missione a tutela della salute pubblica e pungolare l’organizzazione ad occuparsi sempre di salute in risposta ai bisogni che cambiano.

Ma questo non è un problema della sola sanità o dei medici igienisti, infatti, non per caso, si attribuisce a Indro Montanelli la seguente riflessione sulla Accountability: “parola chiave della democrazia anglosassone, in Italia non è ancora stata tradotta!”.

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