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Che cosa sono davvero le Case della Comunità e davvero rischiano di essere scatole vuote? Una autointervista di Claudio Maria Maffei

Quando comincia in Italia e nelle Marche la storia delle Case della Comunità? 

La storia delle Case della Comunità in Italia è lunghissima visto che le Case della Salute, che le anticipavano,  erano  state previste addirittura nel Decreto Ministero della Salute 10 Luglio 2007, attuativo della Legge Finanziaria 2007, con Ministro Livia Turco. Se si va a leggere l’Allegato A al Decreto ritroviamo sostanzialmente le stesse caratteristiche delle Case della Comunità finanziate dal PNRR e regolamentate dal Decreto Ministeriale 77 del 2022. In pratica quelle di cui si parla oggi. Nelle Marche le prime Case della Salute nacquero nel 2013 in occasione della riconversione di alcuni piccoli ospedali. 

Qual è l’idea alla base delle Case della Comunità?

Dobbiamo partire dal peso crescente epidemiologico e sociale della cronicità, una situazione in cui si incrociano linee di tendenza demografiche (la popolazione che invecchia) e cliniche (l’aumento di incidenza delle malattie croniche la cui prevalenza aumenta man mano che la qualità delle cure aumenta). Le malattie croniche hanno la caratteristica che di solito non guariscono, durano tanti anni, impegnano la famiglia e hanno poco bisogno dell’ospedale e molto bisogno della assistenza territoriale. Le più comuni sono ad esempio la demenza, il diabete, lo scompenso cardiaco, la broncopneumopatia cronica e l’ictus. Per fare fronte a questa forte diffusione delle malattie croniche si è cercato di trovare un nuovo modello di assistenza territoriale caratterizzato da:  a) la interprofessionalità delle equipes che se ne occupano (tra cui i medici di fiducia, i medici  specialisti delle discipline più comune e gli infermieri); b) la esigenza di una forte integrazione tra servizi sanitari e sociali; c)  il passaggio da una assistenza reattiva (a domanda rispondo)  a una assistenza proattiva (anticipo la domanda e intercetto prima possibile il problema prevedendolo); d) il coinvolgimento di pazienti e familiari nella gestione della condizione; e) il coinvolgimento delle comunità. Ecco, le Case della Comunità sono la sede ideale per questo nuovo modo di assistere i cittadini più fragili.

Quante ne sono previste nelle Marche?

Dobbiamo distinguere tra due tipologie di Case della Comunità: quelle cosiddette hub che funzionano con tutti i servizi nelle 24 ore e quelle cosiddette spoke che offrono meno servizi e funzionano nelle 12 ore diurne. Le prime dovrebbero coprire dai 40.000 ai 50.000 abitanti, mentre quelle più piccole dovrebbero servire le aree meno popolose e più “remote”. Detto questo nelle Marche ne sono previste abbastanza.

Puoi fare qualche esempio di questo nuovo modo di lavorare nel territorio?

Per capire se davvero una Casa della Comunità funziona noi dovremmo guardare poche cose, ma fondamentali. La prima: c’è un Punto Unico di Accesso ben funzionante (il Punto Unico di Accesso è uno sportello di orientamento, accoglienza e valutazione integrata dei bisogni sanitari e sociali e serve a semplificare il rapporto tra i cittadini e i servizi territoriali)? La seconda: gli operatori lavorano in forma interprofessionale condividendo informazioni e piani di lavoro (ad esempio sono stati fatti corsi con tutti gli operatori per formare a questo modo di lavorare)? La terza: ci si è organizzati per fare in modo di identificare le persone più fragili da prendere in carico in modo che la Casa della Comunità pensi e provveda a tutto quello che gli serve? La quarta: sono operativi gli infermieri di famiglia e di comunità che sono la figura chiave dei percorsi di presa in carico? La quinta: si riesce a gestire le urgenze minori evitando il ricorso improprio ai Pronto Soccorso?

Rispetto a questo nuovo modo di lavorare nel territorio come siamo messi nelle Marche?

La strada è ancora molto lunga e ci sono molte resistenze. Ad esempio tenere aperti tanti ospedali (nelle Marche sono troppi) vuol dire sottrarre risorse al territorio. Come pure puntare al mantenimento di tante sedi territoriali locali aperte poche ore e pochi giorni alla settimana vuol dire tenersi lontani dal lavoro interprofessionale per equipe e dallo sviluppo dei percorsi di presa in carico.

Che possono fare cittadine e cittadini?

Cittadine e cittadini possono richiedere che le nuove strutture vengano abitate da servizi nuovi e prima ancora da una cultura e da una organizzazione nuove. 

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