E l’organizzazione? di Maurizio Sebastiani
Nella mia esperienza professionale, anche per il ruolo svolto, ho sempre considerato la organizzazione come un requisito essenziale per avere una buona assistenza sanitaria. Purtroppo, il passare degli anni ha posto in evidenza la progressiva carenza di risorse sia umane che economiche per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), senza le quali corriamo tutti il rischio di parlare inutilmente. Ciò premesso e cosciente quindi anche dei limiti del mio contributo, vorrei richiamare l’attenzione sulla grave alterazione subita dalla macro-organizzazione sanitaria prevista dalla legge di riforma sanitaria del 1978, quando fu fatto saltare il flusso dal distretto (che avrebbe dovuto vedere i medici di medicina generale avere i loro ambulatori al suo interno da subito, come previsto) al poliambulatorio che avrebbe dovuto fare da filtro per l’ospedale. Da anni, infatti, la gran parte della richiesta di prestazioni sanitarie scavalca le poche strutture territoriali esistenti ed arriva direttamente in ospedale. Tale anomalo flusso è concausa delle lunghe liste di attesa e di danni anche per i pazienti ricoverati con degenze lunghe in media dieci giorni, motivati dal ritardo di esecuzione di esami con le cosiddette “macchine pesanti” (TAC, RNM, PET) a causa dell’intreccio delle liste di attesa interne con quelle esterne. E a chi, da esterno, non può attendere, a causa della patologia, apre la strada per rivolgersi alle strutture private che però sono finanziate sempre dal fondo sanitario nazionale, sottraendo risorse alle strutture pubbliche. Sono infatti molto poche le aziende private non convenzionate con il SSN su tutto il territorio nazionale.
Se per le prestazioni per i non necessitanti di ricovero esistessero strutture poliambulatoriali esterne all’ospedale, anche con “macchine pesanti”, che facessero filtro avremmo sì un aumento di spesa per l’acquisto di nuove apparecchiature controbilanciate però dalla riduzione della durata delle degenze e, fatti i conti, potremmo avere anche meno necessità di posti letto per acuti e di ospedali con riduzione della spesa ospedaliera, spesa a disposizione del potenziamento delle strutture sul territorio. Il cittadino-paziente meno sta in ospedale, soprattutto quando non indispensabile, e meglio è (rischio infezioni nosocomiali), il cittadino paziente anziano meno sta in ospedale e più mantiene il proprio equilibrio, meglio può reagire alla malattia. “Elementare Watson”, qualcuno potrebbe dire. E sì sarebbe elementare ma ciò non avviene perché a decidere le scelte in Sanità sono persone non solo che non hanno competenze specifiche ma anche che non conoscono l’ospedale non avendoci mai lavorato.
Allora sarebbe forse l’occasione per aprire un confronto per elaborare dati al fine di valutare se alcune ipotesi che scaturiscono dalla esperienza ospedaliera potessero essere realizzate, a partire dall’aspetto economico che, ahimè, è sempre più importante. A prescindere da polemiche politiche-partitiche su altri aspetti organizzativi che hanno minore influenza sulla salute dei cittadini.
Maurizio Sebastiani
P.S. “elementare Watson” è in modo apocrifo attribuita a Sir Sherlock Holmes