Medici di famiglia e Case della Comunità: realtà e fantasia di Roberto Amici
Nei giorni scorsi una persona che conosco bene e che conosce bene la sanità (infermiera, molto brava, in Ospedale per oltre 40 anni, ora in pensione) ha ricevuto una lettera: fra una settimana non potrà più servirsi del suo medico di famiglia (peraltro cui sono iscritte anche figlia e nipoti) e, quindi, dovrà cercarne un altro. La “sventurata” cerca di mettersi in contatto col suo medico per avere qualche informazione o, magari, suggerimento; ma il “professionista”, dopo avere omesso di avvertire i suoi pazienti (oh, Ippocrate!), ha anticipato i tempi e reso difficilmente accessibile telefono ed indirizzo mail ai fastidiosi petulanti. Si precipita allora (certo non è più giovanissima ma fortunatamente ancora in grado di muoversi) al Distretto dove trova qualche disordinato foglio appiccicato al muro, da cui si evince che nessun altro medico di famiglia della zona può essere scelto se non una dottoressa, che lei non conosce. Non ci vuol molto ad immaginare che il problema abbia contemporaneamente travolto anche gli altri iscritti (1500 circa) del medico pensionando.
Non entrerò nel merito della vicenda, anche se significativa e meritevole di approfondimento sia per il comportamento del medico sia per l’insufficienza delle informazioni e del supporto del Distretto. Considero però l’episodio, tutt’altro che raro, una buona premessa per suggerire uno splendido articolo da Salute internazionale (di Marco Geddes da Filicaia: “La fine è nota”), di cui trovate sotto le coordinate informatiche. E qual è il legame con la vicenda descritta? Il triste futuro (la “fine nota” del titolo …) cui sono destinate le Case della Comunità: il luogo cioè dove potrebbe (o, forse ormai, avrebbe potuto) realizzarsi una buona Medicina del territorio, vicina ai cittadini, con la presenza costante e certa di una èquipe di medici di Medicina generale. Quella che è clamorosamente mancata al tempo del Covid e di cui tutti, destra e sinistra, hanno a lungo dichiarato l’assoluta necessità. Ma per far questo, alcune correzioni era necessario apportare al sistema della Medicina generale e, in una delle poche iniziative buone di questo governo, sembrava si fosse deciso in tal senso: l’inserimento di giovani medici, su base volontaria, a lavorare come dipendenti assicurando alle Case della Comunità quella continuità necessaria per un’assistenza adeguata ai cittadini. Ma ciò ha scatenato le lobbies: giornali, di proprietà del mondo della sanità privata, il sindacato dei Medici di Medicina generale (la FIMMG) con un comportamento che non si può non definire corporativo, l’ENPAM (l’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Medici) che ormai da tempo solo in modo marginale si occupa dei compiti per cui fu costituito e molto di più di speculazioni finanziarie.
Dunque, Ministro, esperti di organizzazione sanitaria pubblica (che avevano suggerito la novità) e, naturalmente, i cittadini hanno dovuto ripiegare e mettere in soffitta intenzioni, speranze, progetti di fronte alla prepotenza del potere. Ecco, l’articolo di Salute Internazionale spiega in modo nitido i meccanismi perversi che, mentre penalizzano un potenziale salto di qualità dell’assistenza sanitaria al cittadino, confermano, più in generale, l’incapacità di questo Paese di individuare i problemi, analizzarne le cause e progettare poi la loro soluzione, con innovazioni concrete e fattibili a favore della collettività. Con i singoli cittadini, come nel caso descritto all’inizio, costretti, invece che a libere scelte, a sottomettersi alla stupidità e alla prepotenza del sistema.